Ho visto tanti gatti senza sorriso, ma un sorriso senza gatto mai

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Gioia

Ho desiderato questa meraviglia per almeno un anno. Mi sono informata, ho guardato, ho ponderato, ho cercato, ho sognato. E ora…

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Un giorno di ordinaria follia

Ore 7.30: mi alzo, dopo ben 5 ore di dormita frammentaria e per niente riposante. Ho sonno, il mal di testa con il quale sono andata a letto è ancora qui che se la spassa allegramente a suonarmi tamburi nelle tempie. Fingo di nulla e scendo le scale. Il gatto, che di solito continua a dormire serafico e fa di tutto per non uscire dalla stanza, oggi ha deciso che sfrecciarmi tra le gambe è un sacco divertente. Nemmeno l’adrenalia per la caduta evitata per un pelo ha il potere di svegliarmi. Mi lavo e mi vesto non so neanche io come, ma in qualche modo faccio. Trovo anche la forza per pettinarmi.
Ore 8.00: salgo in macchina, per quei 20 minuti di strada che mi portano alla stazione autocorriere. I sedili morbidi invitano ad un sonnellino, ma al marito, che guida, non piace essere l’unico sveglio. Mi sforzo di far conversazione.
Ore 8.30: decido che ho bisogno di dolcezza e che mi merito di far colazione al bar. Mi dimentico che in quel preciso bar fanno il caffè più amaro che la storia del mondo ricordi. Praticamente una punizione per il lusso che mi son concessa. Almeno sto al caldo, vista la brezzolina gelida che tira fuori da lì.
Ore 9.00: saluto il marito che procede per la sua strada e attendo il pullman. A dire il vero attendo l’autista, perchè il pullman c’è sulla banchina, rigorosamente chiuso. Scorgo il conducente che se la chiacchiera allegramente con un suo collega di altra compagnia mentre noi pendolari rimaniamo intirizziti ad aspettarlo.
Ore 9.13: evidentemente 3 minuti di ritardo sono sufficienti. O forse gli è giunta eco degli improperi e delle maledizioni che gli stiam lanciando, perchè, finalmente, l’autista sale, si sistema, si toglie il maglionicino che piega ordinatamente, sposta la borsa, traffica con il navigatore e poi, con tutta la calma serafica di questo mondo, apre le porte. Saliamo, e non ho neanche la forza per guardarlo male.
Ore 9.30: realizzo che l’autista è serafico anche nel guidare. Va a 30 all’ora su una statale trafficata, con nessuno davanti ed una fila interminabile dietro. Ma lui è tranquillo, con la sua camicina a maniche corte, fiero dei 25 gradi minimi che ci sono sulla corriera e che aumentano esponenzialmente la mia nausea da mal di pullman.
Ore 10.12: in qualche modo arriviamo. Corro a prendere l’autobus che prendo per un soffio.
Ore 10.45: sono in ufficio.
Ore 11.30: prima incazzatura.
Ore 12.00: seconda incazzatura.
Ore 14.30: comincia il viavai di persone che voglion tutte qualcosa contemporaneamente. Il mal di testa e le incazzature si moltiplicano e crescono con progressione geometrica. Respiro zen, e vado avanti, tanto manca poco.
Ore 17.00: in stazione autorriere aspetto la mia per tornare a casa. Mi guardo attorno e realizzo che il panorama agghiacciante non è cambiato dall’ultima volta. E’ l’ora degli studenti che han finito i rientri. Quello più sobrio accosta almeno 5 colori diversi, tutti dissonanti. La moda del momento per i ragazzi prevede jeans modello “me la sono fatta addosso” strettissimo sulla gamba, arrotolato fitto sul fondo in modo da scoprire almeno 10 cm di caviglia, portato con polacchine che probabilmente costeranno un occhio ma che a me fanno tanto l’effetto Oliver Twist. Le femmine invece preferiscono sfoggiare capi che troverei eccessivi anche su trentenni che lavorino in night clubs e trucco alla Moira Orfei in acido. E tutti insieme parlano parlano parlano, ridono ridono ridono, urlano urlano urlano, si picchiano, si buttano reciprocamente in mezzo alla strada mentre passano gli autobus e altre amenità varie ed eventuali. Mi domando come facciano ad esser ancora vivi, accantono con un’alzata di spalle e mi tuffo a leggere il mio libro.
Ore 17.05: si libera un posto su una panchina. Mi accomodo accanto a delle ragazze, avran 15 anni, di cui, visto il volume della conversazione, non posso fare a meno di sentire i discorsi che vertono principalmente su presunti morosi più che ventenni. Mi faccio i casi miei, cercando di non venir soffocata dal fumo delle sigarette che si accendono, letteralmente, con il mozzicone di quelle precedenti. Fumano che sembrano ciminiere di un alto forno. Ad un certo punto una sbotta, guardandone un’altra: “Hai la gomma da masticare? No, perchè altrimenti se fumi con la gomma ti viene il tumore alla lingua”. Non ce la faccio, e scoppio a ridere. Mi guardano malissimo, io ho le lacrime agli occhi e mi reggo la pancia perchè dal tanto ridere mi fan male gli addominali. Hanno il buon senso di non dire niente, mentre annaspo alla ricerca di ossigeno. Intanto arriva il pullman.
Ore 17.30: Sembra una carica di fanteria, spalla contro spalla ci si spintona per accaparrarsi un posto. La prima fila, l’unica che mi permette un minimo di tregua dalla nausea, viene occupata in tempo zero, mi sento già fortunata a trovare un sedile libero qualche fila indietro. L’odore che si sviluppa in quei pochi metri quadri non è descrivibile, non riesco ad immaginare niente che possa produrlo, eppure c’è ed è impossibile non notarlo. Cerco di pensare ad altro, mentre dalle ultime file salgono le urla dei sedicenni. Ragliano belando ochescamente, e penso che sarebbe proprio interessante fare uno studio su di loro per capire, fisiologicamente, come ci riescono. Finchè non parte da un cellulare, a loop e con un volume da sordità congenita, l’ultimo singolo di Miley Cyrus, quello dove lei, nuda su una palla da demolizione copula con la catena che la regge e, non paga, lecca appassionata la mazzetta da 10 kg. E cantano, per mezz’ora, ininterrottamente, ridacchiando, lanciandosi le cose, imprecando e dicendo cose che avrebbero fatto arrossime Moana Pozzi. Mi salva dalla galera solo che non ho con me un AK47.
Ore 19.00: In qualche modo sono a casa, ed la giornata è conclusa. Grazie al cielo.

Sigarette

Smettere di fumare è senza dubbio una delle corbellerie più grandi che ho fatto in vita mia.

Non riprendo solamente per la grama figura che farei con un certo numero di persone che stimo molto.